Pierre-Daniel Huet, o dello Scetticismo episcopale

fregio

Il para- o pseudo-motto che figura nel fregio triste e grigio che orna (si fa per dire) la testata di questa pagina, la prima di questo brogliaccio, è il titolo di un Trattato filosofico d’epoca barocca: Pierre-Daniel Huet, De Imbecillitate Mentis Humanae. Libri tres. Amstelodamum (Amsterdam) 1738.

Pierre-Daniel Huet (1630-1721), oltre (e prima) che vescovo (di Fontenoy e poi di Avranches), fu letterato, erudito, polemista e filosofo di successo, membro dell’Académie Française, Cartesiano e Anticartesiano, Scettico e Antiscettico. Scrisse un mucchio di roba, tra cui un poema in latino sul sale.

Vescovo Huet Il Vescovo Huet [*]

L’imbecillitas di cui lo Huet parla nel titolo e nel corpo del Trattato va ovviamente intesa non già nel senso che in italiano e in altre lingue ha oggi la voce corrispondente, ma nel senso latino, di debolezzaincertezzafiacchezza, riferibile alla sfera fisica e affettiva, non alla sola facoltà intellettiva, e con connotazione valoristica neutra, o di negatività comunque non molto accentuata.

Cito a conferma la voce “imbecille” del piccolo ma grazioso Dizionario etimologico di Giacomo Devoto (CDE, Milano 1985):

imbecille, dal latino imbĕcillis, variante di imbĕcillus ‘debole’, senza chiare connessioni etim. essendo impossibile, a causa della quantità lunga di ĕ-, una connessione con bacŭlum ‘bastone’.

Ed ecco, a ulteriore conferma, che cosa dice in proposito il divertente Vocabolario etimologico della lingua italiana di Ottorino Pianigiani (Editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati e C., Roma-Milano 1907):

La seconda conferma è senza dubbio del tutto superflua (così come tale è del resto anche la prima), ma io sono tra quelli per i quali, superflua o no, una citazione a sostegno non guasta mai.

E su quello “Scemo di cervello” era comunque impossibile passare sopra come se niente fosse. Primo, per l’intrinseca bellezza dell’espressione. Secondo, per la testimonianza che offre dell’antica e diffusa (seppur confusa) consapevolezza popolare circa l’insostenibilità dei famigerati dualismi anima-corpo, mente-cervello, e simili.

Conferma indubitabile e decisiva viene comunque dal titolo del Trattato huettiano nella versione francese, stampata a Londra nel 1741 – postuma quindi essa pure come già la latina, non essendosi il vescovo Huet mai deciso a pubblicare in vita né l’una né l’altra – suppongo per evitare probabili rogne:

foiblesse

La supposizione di cui sopra parrebbe confortata dall’attribuzione delle idee Scettiche (o para-Scettiche) esposte nel Trattato, fatta dall’Autore non già a se stesso, bensì a un anonimo “Studioso di Provenza”, « persona squisita, erudito acuto e sottile, versatissimo in ogni campo della Filosofia antica e moderna », incontrato a Padova, ove entrambi, Autore e Provenzale, si trovavano per ragioni di Studio.

Avendo notato – narra lo Huet – come il Provenzale sembrasse « avversare con asprezza tutte le Sette filosofiche, nessuna approvandone », lo aveva caldamente pregato di volergli esporre in maniera approfondita le ragioni di tale atteggiamento. Al che, dopo iniziali reticenze e titubanze, il Provenzale, vinto da una manifestazione d’interesse tanto viva e pressante, aveva alfine acconsentito ad aprirgli sino in fondo il suo pensiero.

E allo Huet le idee di cui il Provenzale lo mise a parte parvero così singolari, e in tale contrasto con le dottrine filosofiche correnti, che aveva voluto serbarne memoria scritta, beninteso, dice, a proprio esclusivo uso personale, non certo a scopo di pubblica diffusione.

Che cosa aveva dunque rivelato di tanto sbalorditivo il Provenzale al Vescovo?

Gli aveva rivelato nientemeno che le antiche stravaganti idee dei Neo-accademici, Pirroniani, Efettici, Zetetici, Scettici, o Attòniti [**] che dir si voglia!

Motivo di sconcerto, per lo Huet, non erano state però tanto le idee in sé, che egli trovava anzi molto sensate e interessanti; era stato il sentirsi riproporre una dottrina, appunto la Scettica, che credeva morta e sepolta, o più di preciso, abolita, da tempo:

E della e dalla esposizione (non proprio letterale, si ha il sospetto) offerta dal Provenzale delle idee Scettiche degli Scettici, ma anche di numerosi autorevoli Autori di Testi Filosofici e Religiosi d’indole non strettamente né fondamentalmente Scettica (i Filosofi sostanzialmente tutti, dai Presocratici a Gassendi, i Religiosi dall’Ecclesiaste a praticamente l’ultima Bolla pontificia), che cosa Mette in Evidenza o Deduce il Provenzale stesso?

Mette in Evidenza, Deduce, Afferma e Dimostra l’impossibilità della Mente umana di pervenire mediante la Ragione alla Conoscenza Certissima e Chiarissima della Verità intorno a Checchessia:

O, in più stringati termini latini:

Unica o principale responsabile di ciò, già s’è detto, l’evidente fiacchezza e inettitudine della Mente umana.

A conoscenza Chiarissima, Certissima, Perfettissima della Verità – della Verità Vera, Verissima Assolutissima Unicissima Totalissima Eternissima Immutabilissima, può giungere, come di fatto giunge, soltanto, è ovvio, la Mente Divina. A un livello leggermente inferiore può accedervi – per via non già di Ragione bensì di Fede (sempreché si tratti, ben s’intende, dellaVera Fede) anche la Mente dei Beati una volta insediatisi lassù in Excelsis. Per via di Vera Fede, a Conoscenza di Verità Chiarissima e Certissima la mente umana può tuttavia pervenire anche a semplice livello di pian terreno, sia pure in ambito circoscritto ai principali Articoli della Vera Fede – altra specie di conoscenza essendo del resto affatto inutile, buona soltanto a creare turbamento e confusione.

*

In me, un qualche turbamento e un po’ di confusione era giunta a produrre, lo confesso, proprio la lettura del Trattato huettiano. Ecco però che alcuni giorni dopo averla conclusa mi capitò di far la conoscenza di un finissimo Analista di Marostica, persona squisita, Esperto versatissimo in ogni campo dello scibile, antico, moderno e postmoderno (ciò avvenne a Tubinga, in occasione di un Congresso di Gnostica Scolastica a cui entrambi presenziavamo, l’Analista di Marostica in veste di Scoliasta, io in veste di Cronista).

Ed ecco che le piacevoli conversazioni che c’eravamo trovati a intrattenere durante i consueti Coffee breaks e le quotidiane ore di Downtime ci condussero a parlare dell’opera dello Huet, ben nota all’Analista. Udite le mie perplessità in proposito, egli si disse lieto di provare a dissolverle, e prese a illustrarmi con bel piglio vivace quelle che dell’opera egli giudicava oscurità, fallacie, retropensieri, finalità recondite.

Fu un’analisi esplicativa sconcertante, che riporto qui in sintesi, come promemoria di mio stretto uso personale (e non certamente, ben s’intende, a fini di pubblica divulgazione).

La debolezza della mente – ruvido così esordì il Marosticense – non c’entra ovviamente un tubo.

La mente – se concepita non già come un’entità, non importa se materiale o immateriale, ma come l’insieme di quelle attività, azioni, operazioni, processi, dinamismi, o come altrimenti le/li si preferisca chiamare; di cui abbiamo impressione d’aver più o meno distinta o vaga, viva o flebile, chiara o confusa coscienza o consapevolezza di essere soggetti, portatori, operatori, esecutori, o come altrimenti eccetera; comprendenti faccende quali vedere, udire, sentire al tatto, all’olfatto, al dio sa che altro, nonché ricordare, immaginare, raffigurarsi, pensare, ragionare, capire, ecc. –; be’, all’insieme di questo genere di faccende poco senso parrebbe avere l’attribuire qualità come “debole” o “forte” –, e proprio nessun senso si direbbe abbia attribuirgliele in assoluto.

“Debole” o “forte” (per valutata ricchezza e bontà di risultati? per vigoria di procedimento? mah…) la mente sarebbe (forse) valutabile solo in rapporto a qualche altra analoga, commisurabile faccenda. Idealmente confrontata, per es., con la capacità conoscitiva di una immaginata Mente Divina Onnisapiente, o di una mente umana sostenuta dalla Forza di una Fortemente Creduta Vera Fede –, allora sì, una mente umana priva di quel sostegno potrebbe forse venire considerata debole o debolissima. Se confrontata con la capacità conoscitiva della mente di un vermicino del formaggio o di un tapiro ubriaco suppongo potrebbe invece venir considerata forte o fortissima.

L’idea dell’impossibilità (o della possibilità) per la mente umana (o animale in genere, o di qualsiasi altro tipo kantianamente esistente o inesistente) di giungere a Conoscere firmissime clarissimeque per via di Ragione qualsivoglia Verità (o Falsità), proviene, in quanti la concepiscono, dall’aver coloro presupposto il possibile effettivo sussistere a) di un tal genere di Conoscenza, nonché b) di una Verità Vera e Assoluta a proposito di Checchessia, Verità intesa e parimenti presupposta c) come Rispecchiante (in qualche misteriosa maniera) la presupposta d) Realtà della Cose così come le Cose Realmente e Veramente Stanno.

Ora, questo coacervo di presupposti, di accettabilità in nessun modo ragionevolmente controllabile, ad alcuni di noi pare comunque, a naso, del tutto insensato, e si configura come Credenza del tutto, come suol dirsi, infondata.

Infondate – nel senso di non “posare” o “riposare” su alcun cosiddetto Fondamento Ultimo (l’idea stessa del cui possibile sussistere risulta del tutto insensata prima ancora che infondata) – parrebbero d’altronde essere tutte le credenze, le sensate come le insensate.

Ma specialmente infondate – cioè del tutto prive della possibilità di ragionevole conferma (o sconferma) empirica o logica –, appaiono ad alcuni (pochi) le Credenze che pretendono di essere accettate come Verità Vere e Assolute. Pretesa a sua volta fondata esclusivamente sulla Vera Fede, quel genere di Fede che è ritenuta Chiarissimamente e Fermamente Vera da chi ce l’ha, Chiarissimamente e Fermamente Falsa da tutti coloro che hanno una Vera Fede differente. (Aspetti questi – aggiunse cupo il Marostincense – che rendono le Vere Fedi, nessuna esclusa, non solo estranee ma del tutto contrarie alla ragione; e quel che è peggio, maledettamente pericolose in potenza, come comprova l’essersi dimostrate in innumerevoli occasioni tragicamente perniciose di fatto .)

Con ogni probabilità, la Fede, o Credenza, o Credo, di “base” – potremmo dire la Madre di tutti i Credo e di tutte le Credenze, disse l’Analista infervorandosi – è, credo, la Credenza secondo la quale al di là della realtà – intesa come l’insieme o mondo delle res, delle cose (e degli eventi) di natura fisica, materiale, o immateriale (ovvero esclusivamente mentale), che noi percepiamo, ci rappresentiamo, ricordiamo, inventiamo, costruiamo, fantastichiamo, pensiamo, nominiamo, ecc.; o anche soltanto delle cose a cui contrapponiamo ciò che riteniamo essere esclusivamente frutto  del tipo di faccende mentali chiamate immaginazione, fantasia, finzione, illusione, sogno, follia, ecc. –, “dietro” codesta “nostra” umile umana realtà ci sarebbe una seconda Realtà – indipendente da ogni umana o qualsivoglia percezione, rappresentazione, idea, credenza, opinione, esperienza individuale o collettiva più o meno approfondita, ripetuta, condivisa, controllata, ecc. –: la Realtà Privilegiata delle Cose come Realmente, Veramente Stanno (la Realtà che Kant chiamava Noumenica, delle cose-(o della Cosa)-in-Sé, di contro alla realtà “fenomenica”, delle cose “come le vediamo noi”, o “come le vede il moscerino”, o come le vede chicchessia, a parte ovviamente la Mente Assoluta di Dio).

Entro questa Credenza – proseguì l’Analista, vieppiù accalorandosi –, le cose “come le vediamo noi” – e con esse ciò che ne pensiamo e ne diciamo, il sapere, la conoscenza che riteniamo di averne – vengono concepite come superficiali, incerti riflessi di quella Realtà Autentica (veicolati, i riflessi, dagli umani, o moscerinici, inaffidabili sensi); riflessi, immagini vaghe, ombre, parvenze; “rispecchiamenti” più o meno fedeli o distorti, effettivi o illusori, “adeguati” o inadeguati, giusti o sbagliati, veri o falsi, delle Cose come Realmente Stanno e dei rapporti in cui esse si trovano nella Realtà Vera, Unica e Assoluta, a noi per solito nascosta, inaccessibile – o, secondo ideologie, magari sì, accessibile, “scopribile”, “scoperta”, ma solo un pochino, un pezzetto per volta, a gran fatica, mai con Assoluta Certezza, lungo i sentieri scarsamente illuminati dalla Fiaccola della Scienza; o, molto meglio, per gli Eletti, di botto, all’improvvisa, abbagliante Luce Rivelatrice della Fede, su questa o quella delle diverse strade per Damasco (ma che anziché a Damasco non di rado finiscono, come tutte le strade, per condurre a Roma).

Detta Credenza – la Credenza Realistica, vissuta in maniera più o meno consapevole, esplicita, articolata; rivestita secondo epoche, luoghi, comunità, culture, di varie (benché analoghe) sovrastrutture ideologiche, magiche, religiose, filosofiche, scientifiche – è da tempo immemorabile radicata e diffusissima in ogni ordine e tipo di gruppo sociale e culturale: dalle masse popolari più incolte e selvatiche sino alle élites intellettuali più raffinate.

Le forme in cui essa si configura vanno dalle più rozze del cosiddetto “Realismo ingenuo” – o “Fede animale”, secondo la definizione che ebbe a darne il Santayana –, alle più sofisticate del cosiddetto “Realismo critico” (di cui il Santayana fu com’è noto illustre esponente).

Talmente radicata è in tutti noi la Credenza Realistica, che nella vita quotidiana, inavvertitamente (o avvertitamente), essa vive ed agisce di continuo persino tra quanti nella Vita Filosofica sono (o si reputano) accorti e scaltriti Anti- o A-Realisti.

Di questa terribile Prevalenza – riprese a dire con un tetro sospiro l’Analista –, di questa terribile Prevalenza dell’incorreggibile Credente che tutti noi siamo, fida compagna della Prevalenza dell’inguaribile Cretino che tutti noi siamo, non sarebbe credo difficile individuare in termini evoluzionistici le cause biologiche e culturali; ma non è questa l’occasione per addentrarci in quella direzione.

Ciò su cui conta ora brevemente fermarsi è che sebbene in campo Filosofico la Credenza Realistica sia di stampo tipicamente Metafisico-Dogmatico, non pochi sono tuttavia gli Scettici che pure ne risultano afflitti.

Quel che in proposito divide Dogmatici e Scettici di ogni tendenza, è che i primi ritengono, anzi, sono Fermamente Convinti, che la Conoscenza Vera, Certa, Chiara della Realtà in cui essi Credono, sia possibile (alcuni sono anzi fermantennte Convinti di già essere giunti a detta Conoscenza, e che essa consista nella Verità che loro hanno scoperto, o che a loro è stata Rivelata. La Verità che essi Espongono, Insegnano, Predicano, ovviamente in fiero contrasto con altri, essi pure Fermamente Convinti di aver conseguito, loro, non quelli, la Conoscenza Vera, Ultima, Unica, Certissima e Chiarissima della Vera Realtà, di contro alla Falsa Verità e l’Irreale Realtà dei primi). – Mentre gli Scettici (parlo sempre di quelli che presuppongono noumenicamente il noumenico sussistere della Realtà delle Cose come Realmente stanno) ritengono (come Kant, che Scettico non si reputava e che anzi gli Scettici sprezzantemente avversava, pur avendo riconosciuto a Hume, che pure arduo sarebbe sostenere che Scettico non fosse, il grande merito di averlo “svegliato dal sonno dogmatico”) – ritengono, dicevo – gli Scettici di cui parlo – che la possibilità di giungere a Conoscere detta Realtà noumenica sia una Chimera (e il fenomenico, innegabile fatto che i Dogmatici sostengano in proposito numerose Dogmatiche Verità tra loro confliggenti figura a pieno titolo tra gli argomenti che, come tutti gli Scettici, cotali Scettici portano a sostegno di detta loro Scettica opinione).

Lo Scetticismo esposto (alquanto “liberamente”) dallo Huet (in proprio o a nome dello Studioso Provenzale) rientra innegabilmente nell’ambito del Realismo Ingenuo – disse ancora l’Analista con l’aria di chi sembra avviarsi a Concludere. Ingenuo – volle però precisare –, ma/o anche di tipo scaltramente Episcopale.

Lo Scetticismo – questo è il Messaggio che lo Huet intende far passare –, lo Scetticismo ci insegna, a ragione, in maniera indubitabile, come la debole mente umana che ci ritroviamo assolutamente non possa giungere a Conoscenza certissima e chiarissima di alcunché: del tutto inutile, quindi, e probabilmemnte dannoso, affaticarci in studi e ricerche che non conducono a nulla. Quando invece un semplice, facile, ma Convinto Atto di Fede alla portata di tutti, grandi e piccini, basta e avanza per farci entrare nella schiera di quei Beati che, se non subito, sicuramente tra breve, godranno, tra le altre Beatitudini, dell’Esaltante Beatitudine di Conoscere in modo certissimo e chiarissimo l’Unica Cosa che Realmente, Veramente Conta: l’Incredibile, Vera, Eterna Realtà, Verità e Bellezza, e l’Eterno, Inestimabile Comfort del Regno dei Cieli.

Messaggio la cui funzione Episcopo-Pastorale è evidente: condurre o trattenere cognitivamente il Gregge (mai termine fu più appropriato) entro l’Ortodosso, Salvifico Recinto della Vera Fede, della Vera Chiesa.

*

Questo è quel che mi spiegò
il finissimo Analista di Marostica
a quel Congresso di Gnostica Scolastica.
Cosa pensarne ancora non lo so,
ma ogni giorno ci medito un po’ su.

(Bell’esempio – l’ultimo verso del para-limerick qui sopra – di “rima negata”. Rima “accolta” o “accettata” sarebbe stata, ovviamente, l’ipotetica lectio facilior “ci medito su un po’.)

Note
[*] Il ritratto del Vescovo Huet è tratto dalla voce che lo concerne in fr.wikipedia
[**] Il Marosticense fa qui riferimento al punto ove il testo dello Huet ricorda come « tra i Turchi » vi sia « una Setta di Filosofi che essi chiamano Hairetis, vale a dire Gli Attòniti. Essi fanno professione di dubitare di tutto: non affermano mai niente, poiché non credono si possa discernere il vero dal falso».

G. B.
21 febbraio 2011

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